Close

 

La nostra storia,
si erano tutti alzati
di primo mattino…

Dodici firme sicure

e l’inizio di una bellissima avventura che non accenna a finire

Roma. Via Uffici del Vicario. Nel centro storico, a due passi da piazza Montecitorio, nell’antico palazzo dei Preti della Missione, un pomeriggio di marzo.
Si erano tutti alzati di primo mattino.
Avevano caricato ai mercati generali che ancora albeggiava e sino a mezzogiorno avevano animato il loro posteggio con esclamazioni, inviti, battute. La verdura era stata spesso fasciata con carta di giornale e i titoli in prima pagina davano ancora enfasi al consenso plebiscitario che le elezioni del 1929 avevano decretato al Duce. Roma era ancora umbertina, quel pomeriggio. Non avevano ancora cominciato a diventare evidenti le conseguenze del proclama capitolino del 21 aprile del 1924: "... i problemi di Roma, la Roma di questo XX secolo, mi piace dividerli in due categorie: i problemi delle necessità e i problemi della grandezza ...". Case e comunicazioni erano state indicati come obiettivi (sacrosanti) per la sfera della necessità, una città monumentale nuova era stato il proposito annunciato (e infausto) per la sfera della grandezza. Lo scempio inizierà dopo, con il piano regolatore degli sventramenti, che sarà approvato nel 1932 e porterà l’architettura italiana, dall’avanguardia dei Banfi, Pagano e Terragni, ai nefasti monumenti firmati dal Piacentini. Roma non raggiungeva gli 800.000 abitanti quel giorno. 2.500 ragazze facevano le modiste, 1.200 le lavandaie, 1.000 giovanotti sfornavavo dolciumi e 530 carpentieri costruivano carri e carrozze. Nel commercio erano impiegate 66.700 persone di cui 15.000 nella vendita al minuto di generi alimentari. Erano i colleghi di allora. Il Comune di Roma era stato trasformato in un governatorato, con un regio decreto legge del 28 ottobre del 1925. Aveva tutte le funzioni proprie del comune, ma era definito come un "corpo morale".

Il governatore è nominato e dipende dal governo. Ha poteri ampi ed il suo operato è in pratica insindacabile: anche la Consulta di Roma è di nomina governativa e se ne infischia del parere dei romani. La ripartizione XI del Governatorato ha il compito di "provvedere alla complessa organizzazione dell’approvvigionamento alimentare della città, di regolare la distribuzione e la vendita delle derrate all’ingrosso ed al minuto, di disciplinare il commercio fisso e ambulante delle derrate alimentari". Nella città funzionavano i seguenti mercati all’ingrosso: mercato delle erbe e della frutta, mercato del pesce, mercato degli abbacchi e dei polli, mercato del bestiame vivo (bovino, suino, equino) e mercato delle carni macellate. I mercati erano organizzati sulla base della vendita tramite "commissionari". Questi vendevano per conto del produttore o dell’importatore, ed avevano l’obbligo di sottoporre i documenti contabili delle operazioni di vendita ad uno speciale ufficio di controllo. Le rimesse di denaro, gli importi delle vendite meno i diritti di mercato, venivano eseguite dalla Cassa del Mercato gestita da un Istituto Bancario. Questa organizzazione aveva come obiettivo quello di tutelare i diritti dei produttori e degli importatori di tutte le parti d’Italia, impedendo l’accaparramento dei prodotti con scopi speculativi. Presso il "Mercato delle Erbe e della Frutta" funzionava un servizio, chiamato dei "Carri Governatoriali", che aveva come scopo la raccolta, sui luoghi stessi di produzione, delle merci da inviare a Roma, facilitando i produttori di piccole quantità. Nel 1930, sempre quel giorno di marzo, i mercati rionali erano sessanta, alcuni coperti e "modernamente" attrezzati. Da questo quadro emergono due elementi importanti: il commercio stava sviluppandosi in un certo ordine e la città si avviava verso alcune grandi trasformazioni che ne avrebbero mutato profondamente il volto. Il clima generale era tranquillo. La censura non consentiva la pubblicazione di reati ed avvenimenti che macchiassero l’immagine della nuova civiltà, del tutto immacolata, voluta dal regime. Libertà era una parola ormai caduta in disuso. E nessuno immaginava cosa gli avrebbe riservato il decennio infausto che si inaugurava.

I Patti Lateranensi, siglati nel febbraio del 1929, avevano chiuso un contenzioso con una soluzione all’apparenza brillante; il ponentino non trovava ostacoli negli attuali palazzoni cresciuti sulla Pontina e le "puntarelle" erano sempre croccanti in una salsa d’acciughe perfetta. Dodici uomini, all’imbrunire, si avviano verso Montecitorio. Qualcuno ha preso il tram. Altri si sono dovuti fare solo qualche centinaio di metri a piedi. Un gruppetto di cinque si è dato appuntamento in Piazza Colonna. Due fratelli, i Mogiani, arrivano su un camioncino. La Via degli Uffici del Vicario era la via dei notai per eccellenza. Prima di trasferirsi in Via della Pigna, centinaia di curiali graffiavano su documenti con penne d’oca. Il numero 17 era la "Casa della Missione", un palazzo imponente costruito nel 1642 dalla Duchessa d’Aiguillon, nipote del Cardinale di Richelieu, per ospitarvi i Padri della Congregazione della Missione. In una cornice così austera, in tempi che non incoraggiavano certo la libera iniziativa, in un clima già saturo di diffidenza, incertezza e disinformazione, dodici uomini liberi provano ad unire le loro energie creando un patto solidaristico, un accordo forte, saldato con una volontà ferma, radicata nei fatti e nell’esperienza.

Si costituisce quindi con rogito n. 26 nel repertorio n. 188, "L’anno millenovecentotrenta VII (dell’era fascista, per i più giovani), il giorno otto del mese di marzo, in Roma Via degli Uffici del Vicario n. 17, innanzi a me Dottor Gino Batani, Notaio in Borgocollefegato (dal 1960 Borgorose, in provincia di Rieti) ... sono presenti i seguenti signori:

  • Calvani Luigi fu Domenico, nato e domiciliato in Roma, Via del Pellegrino n. 59;
  • Diliberti Carlo fu Giuseppe, nato a Castellammare del Golfo, domiciliato in Roma, Vicolo Bologna n. 73;
  • Leonardi Giocondo fu Isidoro, nato a Narni e domiciliato in Roma, Via Giulia n. 177;
  • Ottaviani Ernesto fu Francesco, nato a Norcia e domiciliato in Roma, Via Sant’Angelo in Pescheria n. 3;
  • Di Nicola Adolfo fu Angelo, nato a Vivaro Romano e domiciliato in Roma, Via Volturno n. 43;
  • Di Marco Romolo fu Giuseppe, nato e domiciliato in Roma, Via Celimontana n. 44;
  • Lanciotti Giovanni fu Vincenzo, nato e domiciliato in Roma, Via Collina n. 24;
  • Ranucci Giovanni di Pietro, nato e domiciliato in Roma, Via Cappellari n. 100;
  • Liani Eligio di Pietro, nato e domiciliato in Roma, Viale Castrense n. l;
  • Cesaroni Romolo fu Abele, nato e domiciliato in Roma, Vicolo del Bollo;
  • Mogiani Quintino fu Aroldo, nato a Teramo e domiciliato in Roma, Via Trionfale n. 132;
  • Mogiani Bruno fu Aroldo, nato e domiciliato in Roma, Vicolo dei Venti n. 10;

...tutti rivenditori di erbaggi e frutta.

Dichiarano unanimemente di costituire una Società Anonima Cooperativa per Azioni sotto la denominazione "CONSORZIO ROMANO ERBIVENDOLI E FRUTTIVENDOLI". I comparenti dichiarano di partecipare al capitale sociale con la sottoscrizione, da parte di ciascuno di essi, di numero una azione di lire cento ciascuna. Viene eletto, per acclamazione, a presidente onorario l’Avv. On. Valentino Leonardi fu Cesare, Deputato al Parlamento. A formare il primo Consiglio di Amministrazione vengono eletti all’unanimità i sigg.:

  • Bruno Mogiani, Presidente;
  • Quintino Mogiani, Consigliere;
  • Romolo Cesaroni, Consigliere;
  • Ernesto Ottaviani, Consigliere;
  • Romolo Di Marco, Consigliere.

Stralciando dallo statuto vediamo che la società ha come scopo:

  • di assistere gli associati nella loro attività commerciale;
  • di assumere il commercio e la rivendita di erbaggi e frutta ed affini nei pubblici Mercati di Roma, in proprio e per conto degli associati;
  • di gestire eventualmente un fondo di ricchezza mobile da pagarsi all’Erario in forma collettiva.

La durata della cooperativa viene fissata in anni dieci e si stabilisce che nessun socio potrà possedere più di 5 azioni della società e, nello spirito cooperativistico, nessuno comunque potrà avere mai più di un voto nell’assemblea. Il Tribunale il 31 maggio del 1930 dà l’autorizzazione definitiva ad operare. Le ragioni, che avevano spinto questo gruppo omogeneo di commercianti, oggi sono evidenti solo in parte. Il clima del tempo era cosi profondamente diverso da quello attuale che rimane difficile immaginare le motivazioni profonde che muovevano, in quel momento, persone di limitata cultura e modesta estrazione sociale, impegnate in un’attività faticosa e scarsamente regolamentata, a creare sinergie e a dedicare parte del loro tempo a far crescere un’organizzazione senza fine di lucro, solidaristica e senza precedenti nell’ambito del commercio romano all’aria aperta. Siamo infatti ancora in un periodo storico in cui la cooperazione viene vista come "fenomeno di classe". Viene quindi definita come un mezzo "di cui una classe sociale si vale per risolvere, in concorrenza con un’altra, un suo specifico problema economico". È quindi certamente uno stato di necessità che spinge i nostri amici a cooperare e probabilmente deriva dalle nuove disposizioni emanate dal governatorato, dalle accresciute forme di controllo del commercio esercitato dal regime e dal clima di sviluppo "imperiale" che si cominciava a vivere nella capitale. Un po’ avrà anche influito la propaganda a sostegno della strategia di sviluppo delle cooperative sotto il patronato dell’Istituto Superiore di Cooperazione e Legislazione Sociale avviata dal regime fascista. In effetti, un "patron" c’è nella figura di un deputato, probabilmente un lontano parente di uno dei soci, e la consulenza per la creazione del Consorzio deve essere venuta sicuramente dall’alto. Comunque il pre-CO.RI.DE. nasce ed affronta il suo cammino, lungo e faticoso che, attraverso guerre e carestie, penuria ed abbondanza, gioie ed inevitabili sofferenze, l’avrebbe portato ai giorni nostri sostanzialmente intatto nello spirito, anche se profondamente mutato nella sua natura organizzativa. Quel giorno di marzo. Dodici amici e un notaio. Volti segnati dal lavoro all’aria aperta, mani screpolate, qualche imbarazzo. Ma dodici firme sicure e l’inizio di una bella storia che non accenna a finire.