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“Vivere in una città di qualità” – L’editoriale del Presidente CO.RI.DE. di luglio 2018

Editortiale del Presidente CO.RI.DE. di luglio 2018

Vivere in una città di qualità

I modi per giudicare una città sono infiniti. Gli  aggettivi che le si possono attribuire vanno dai più spregevoli ai più nobili. Ci sono giudizi soggettivi che possono testimoniare profonde emozioni anche di fronte a panorami squallidi e altri, più obiettivi, che suggeriscono valutazioni senza tuttavia esprimere un voto.

Da questa confusione di giudizi sembrerebbe che non si possa parlare di “qualità” della città. Addirittura, secondo taluni, tutte le città avrebbero un “loro” fascino, tutte esprimerebbero una cultura particolare, tutte sarebbero degne di una qualche considerazione. Alibi. 

La risposta del signor Rossi, se sia meglio vivere all’ombra di una raffineria o ai margini di un parco secolare, è scontata.

Siamo però convinti che si possa definire la qualità di una città.

E non si tratta solo delle situazioni collegate ormai d’abitudine all’inquinamento dell’aria e delle acque, al rumore, al degrado o allo smaltimento dei rifiuti, ma di scenario complessivo, di vita di relazione, di servizi, di clima sociale.

Roma ad esempio. È una grande città per l’immagine universale che possiede ma non certo per le sue dimensioni metropolitane (c’è ne sono centinaia più grandi di lei). Rappresenta quindi un contesto gestibile, controllabile, recuperabile. Non ha subito traumi irreversibili né deturpazioni che non possono essere corrette, persino il “ponentino” potrebbe essere probabilmente ricuperato.

Roma, se paragonata alla totalità delle metropoli del mondo, è certamente quella che ha le maggiori possibilità di essere vivibile anche se questa affermazione può sembrare paradossale a chi in questo momento si dibatte nel traffico infartuato del grande raccordo, nella perenne sporcizia e nelle migliaia di buche che si trasformano in tanti infidi laghetti quando le cataratte del cielo si aprono.

Infatti Roma non lo è vivibile. La constatazione è quotidiana e non ha bisogno di commenti. 

Le cause è facile individuarle e se ne citano solo qualcuna come la contraddizione tra le funzioni di capitale e quelle di città, l’odio dei piemontesi verso la città papalina che ha forzato nel centro storico un’orrenda Roma ministeriale di palazzoni grigi per burocrati ottusi, la politica urbanistica degli anni ’50 e soprattutto la mancanza di un progetto di “vita” cittadina nonostante l’avvento degli ambientalisti.

La vivibilità di una città deve infatti essere considerata prioritaria è progettata come tale. Subordinandole tutto. Perché sono i cittadini i soli padroni della città, non altri.

Una città ha quindi un senso se ci si vive in modo accettabile. E viverci in questo momento significa elevare il livello anzitutto dei servizi, creare infrastrutture, scegliere la centralità delle funzioni e non delle opere pubbliche.

Nella vivibilità di una città e quindi anche di Roma, il terziario ha un ruolo sostanziale. Il commercio, ed in particolare quello piccolo, costituito dai negozi di vicinato e dai mercati, non può quindi essere considerato come una realtà accessoria ma come un elemento qualitativo integrante della vita cittadina.

C’è chi, ispirato dalle visioni avveniristiche propinate dalla grande distribuzione, immagina una città senza negozi e mercati con “navette” (magari aeree) che fanno la spola tra il centro è una periferia dominata dai colossali edifici degli iper – mega mercati ricolmi di mercanzie.

Ma al di là delle immagini virtuali, vivere la città non significa “spostarsi”, ma scendere sotto casa, sentirla pulsare, goderne l’aria, il colore, la gente. Anche il fornaio all’angolo, con la sua straordinaria pizza bianca con la ricotta, è qualità della vita raggiungibile a piedi.

Progettiamo questa vivibilità. Siamo ancora in tempo. La nostra “piccola” splendida Roma ce la può ancora fare.

Noi siamo tra coloro che ci credono.

Franco Gioacchini
Presidente CO.RI.DE.